Francesco Coppari ha partecipato all’Autore FIAF Marche nel 2015 con il portfolio “Chernobyl: 28 anni dopo”, risultando finalista

1. L’intervista

In 5 righe descriviti come fotografo

Non saprei definirmi, affianco alla streetphotography e al reportage, la sperimentazione, mi piace stravolgere quelle regole non scritte imposte da qualcuno. Essendo la fotografia una forma d’arte non cerco il mero scatto fine a se stesso, a volte passano anche settimane prima di scattare una foto.

Quando e come ti sei appassionato al mondo della fotografia e che posto occupa nella tua vita

Fin da piccolo ero il fotografo di famiglia, spesso ero io l’addetto alle foto. Mi incuriosiva quella piccola scatola nera con la lente davanti. Però dopo cresci e ti scordi, fino a quando un amico non ti mette in mano una fotocamera e ti dice: “dai prova a fare due scatti”. Li conobbi un mondo che non sapevo neppure esistesse, me ne innamorai. Partii piano, presi una reflex entry level, feci un corso, e piano piano sperimentai. La fotografia nel tempo per me è diventato un hobby fondamentale, tant’è che spero che un domani diventi la mia principale attività, del resto chi è che non sogna di fare il lavoro che ama?

Come si è evoluta la tua cultura fotografica: pratica, partecipazione a corsi, studio dei grandi autori, visite a mostre, ricerche sul web, libri di tecnica

La mia cultura fotografica si è evoluta per mezzo di due strade parallele: fotolibri e pratica. Esse sono andate a braccetto, mi piaceva ricreare situazioni e effetti visivi visti nei libri fotografici che ho acquistato nel tempo, però ovviamente non potevo giudicare, ero di parte, così spesso e volentieri negli anni ho partecipato a mostre collettive come stimolo di confronto e miglioramento.

Hai dei generi fotografici che prediligi o ti piace la fotografia a 360°? Se vuoi motiva la tua scelta

Preferisco il fotoreportage e la streetphotography, in quanto sono i generi in cui mi ritrovo. Mi  piace raccontare storie, anche di una città.

Rapporto analogica/digitale e rapporto colore/bianconero, come ti muovi nei confronti degli eterni dilemmi di fondo che agitano la vita di un fotografo?

Non mi interessano queste dilemmi futili, questi sono dilemmi per quei fotografi che cercano di apparire ma non cercano di essere (anche se qualcuno sarà in disaccordo). In base al progetto che voglio sviluppare, scelgo un mezzo e a volte anche uno stile. Negli anni ho portato avanti progetti sia in digitale che analogico. Anche in polaroid. Il fulcro non è come fare ma cosa fare e come raccontarlo.

Partecipi alla vita di un fotoclub? Puoi motivare questa tua scelta? Cosa ti affascina delle attività collettive?

Sono socio e per ora membro del direttivo del circolo culturale M. Ferretti di Jesi, sono iscritto dal lontano 2006, la scelte di rimanere stabile negli anni in un club fotografico sono molteplici: amicizia, confronto, trasmettere esperienze ai nuovi soci, ecc. Il fotoclub è un ambiente sano dove si respira aria di passione e di mettersi in gioco senza essere giudicati da professoroni che credono di saperne più di te.

Come sei entrato nel mondo del portfolio fotografico e come vivi adesso queste esperienze?

Un po’ per mettermi in gioco, ma ho smesso subito, non fa per me. Mi piace raccontare, ma a modo mio. Può piacere o no come scelta, ma è la mia scelta. Prima di tutto la foto e il portfolio deve appagare me.

Hai qualche progetto fotografico in gestazione e ce ne vuoi dare un accenno? (senza svelare troppo le tue idee)

Si sta prendendo forma e spero che nasca a verso ottobre 2018… posso dire solo che tra l’inizio e la fine c’è tanta neve

In due righe pensa di voler convincere un amico a dedicarsi alla fotografia, cosa gli diresti?

Gli racconterei il mio amore per la fotografia, e come il prendere la macchina fotografica e andare a scattare sia un connubio di libertà e creatività meravigliosa. Ma non racconterei solo, lo porterei con me, e gli farei scattare qualche foto, gli spiegherei di come si comporta la luce, del perché quella strana astina si muove in un range di -3 + 3 e del perché scattare in manuale ha quel sapore di totale controllo sulla nostra espressione.

2. La foto del cuore

La mia foto del cuore è una foto centrale di un ex maglificio abbandonato. La decadenza che padroneggia insieme al groviglio di fili e di aste per filare, mi evoca l’infanzia, quando i miei genitori mi raccontavano di come era lavorare in fabbrica e di come si viveva da piccoli. Ora questi spazi sono abbandonati e sporchi, mentre all’epoca dovevano essere belli e pieni di vita, come appunto, l’infanzia di un bambino.

3. Il portfolio

Ho provato a raccontare la zona di esclusione di Chernobyl, partendo dal checkpoint di 30 km, fino al cuore del disastro. Il racconto è sinonimo del viaggio appunto, lungo questi 30 km di uno dei disastri più terribili del secolo scorso.

4. Il commento

… Work in progress …

5. Dove trovi Francesco

Potete trovare altri lavori di Francesco qui:

https://ascosilasciti.com/it/
https://www.facebook.com/Francescocopparifotografia/
https://www.instagram.com/francesco_urbex/