Antonio Baleani ha partecipato all’Autore dell’anno nell’edizione 2010, risultando finalista con il portfolio “La morte è rock

1. L’intervista

In 5 righe descriviti come fotografo

Sono nato a Recanati nel 1946 da una famiglia dalle intense tradizioni artistiche, dove tutt’ora risiedo.  Ho mutuato la passione per la fotografia da mio nonno materno Michele Rughini, uno dei pionieri della fotografia marchigiana attivo tra il 1890-1940, del quale conservo un discreto archivio che mi ha aperto la strada anche ad un’altra passione, quella della ricerca della storia locale.

Quando e come ti sei appassionato al mondo della fotografia e che posto occupa nella tua vita

Già attrezzato di ottima camera oscura, come autodidatta entro nel campo della fotografia amatoriale alla fine degli anni ’60, stimolato dai ricordi di famiglia, dagli avvenimenti e dall’evoluzione che la fotografia ha avuto in questo particolare periodo. Ho percorso la strada del tipico fotoamatore composta da varie esperienze tecniche e ho assiduamente frequentato i rari circoli limitrofi del territorio.

Come si è evoluta la tua cultura fotografica: pratica, partecipazione a corsi, studio dei grandi autori, visite a mostre, ricerche sul web, libri di tecnica…

L’interesse per la fotografia inizia in modo più intenso nei primi anni ’70, si sviluppa grazie all’insegnamento di due bravi maestri, quali Massimo Ruosi, grande conoscitore e sperimentatore di tecniche fotografiche e il recanatese Ferruccio Guidantoni, fotografo di scena a Cinecittà. Ho poi maturato importanti esperienze nel campo della fotografia analogica che hanno accresciuto il mio interesse verso il b/n condividendo importanti esperienze in camera oscura. Nel tempo, per accrescere la mia conoscenza mi sono avvalso di riviste specializzate, libri di tecnica e di critica, mostre anche di amatori di scarso contenuto tecnico, ma di buon contento comunicativo.
Negli anni ‘80 mi iscrivo alla F.I.A.F, iscrizione da cui conseguono notevoli esperienze, come la partecipazione a numerosi concorsi, mostre e vari progetti, l’organizzazione di una vivace attività culturale con scuole e circoli didattici, l’attività in associazioni, mostre, pubblicazioni, incontri e scambi culturali.

Hai dei generi fotografici che prediligi o ti piace la fotografia a 360°? Se vuoi motiva la tua scelta

Sono sempre stato interessato ad ogni genere di fotografia, preferendo il reportage e il paesaggio urbano in rappresentazione della vita, offrendo cosi, attraverso la sensibilizzazione al quotidiano, la più ampia possibilità di fruizione e di avvicinamento a questo linguaggio.

Rapporto analogica/digitale e rapporto colore/bianconero, come ti muovi nei confronti degli eterni dilemmi di fondo che agitano la vita di un fotografo?

Mantenendo perfettamente efficiente la mia camera oscura, che uso molto raramente, ho adottato a pieno con grandi vantaggi la tecnologia del digitale, quindi ho semplicemente trasferito alla nuova tecnologia tutta la mia l’esperienza, trasponendola dalla camera oscura alla camera chiara; inoltre ho continuato soprattutto a stampare in proprio b/n e colore, usando quest’ultimo molto più facilmente rispetto all’analogico di prima.

Partecipi alla vita di un fotoclub? Puoi motivare questa tua scelta? Cosa ti affascina delle attività collettive?

Nel 1976 con altri amici decidemmo di dar vita ad un circolo fotografico a Recanati: l’attuale Fotocineclub, di cui sono stato presidente per 38 anni consecutivi. Ho svolto una vita associativa straordinariamente intensa e importante alla quale ho dato un forte contributo e allo stesso tempo ho ricevuto moltissimo sia in termini di valori sociali che culturali, che hanno rappresentato per tutti il collante e la crescita della grande passione per la fotografia. Senza alcun dubbio l’attività più valida è relativa alle molte serate settimanali dedicate alle proiezioni in cui in modo molto democratico, libero e dettagliato si discute tutt’ora del lavoro presentato dal socio, per tutti attività di forte crescita sia sul piano culturale che tecnico.

Come sei entrato nel mondo del portfolio fotografico e come vivi adesso queste esperienze?

Dopo il primo racconto fotografico ho sviluppato quello del portfolio grazie al quale ho trovato la giusta motivazione espressiva, concettuale e autentica che mi ha dato l’idea di addentrarmi nella tematica del pensiero Leopardiano per cogliere al meglio ed interpretare la Recanati del poeta dell’Infinito, in cui in ogni angolo la luce splende rischiarata da quell’indefinibile che caratterizza il luogo lirico per eccellenza. Oltre alla fotografia singola ho sempre posto la mia attenzione alle varie tematiche sociali e lavorative locali, che sono tantissime e interessantissime, senza ricorrere a quelle più lontane che si pongono sul piano della realtà nazionale.

Hai qualche progetto fotografico in gestazione e ce ne vuoi dare un accenno? (senza svelare troppo le tue idee)

Ho molte idee e diversi lavori iniziati relativi alla quotidianità e alle manifestazioni, dove in genere si trovano una infinità di tematiche da sviluppare che come un buon vino debbono maturare nel tempo.

In due righe pensa di voler convincere un amico a dedicarsi alla fotografia, cosa gli diresti?

La fotografia è poesia espressiva, è fatta di amore e passione che reinterpretano la realtà in modo molto personale. È uno straordinario gioco di stimoli che possiamo rimpastare secondo le nostre attitudini interiori che sono uniche. Per meglio sperimentare questa realtà sarebbe necessario iscriversi ad un circolo fotografico che abbia anche un pò di storia.

Per finire. Puoi sintetizzare in tre righe l’idea progettuale della quale è scaturito il portfolio che ci presenti?

Sono molto interessato a palcoscenici sociali di ogni genere, dove l’uomo recita se stesso, si maschera e si generalizza e nel contempo con i suoi giochi fa trasparire il suo modo di essere e di agire.

2. La foto del cuore

Non saprei preferire una foto singola o un progetto rispetto all’altro, ogni scatto ha una sua storia che rappresenta un momento diverso della mia vita. Ogni volta che le osservo mi ridonano quelle forti emozioni che hanno contribuito alla mia formazione fotografica. Ricordo con piacere un traguardo per me importante, cioè, tra le varie pubblicazioni, quella realizzata con l’editore Federico Motta nell’intero libro fotografico sulla città di Recanati.

Per questa pagina Antonio ci ha inviato queste due immagini

3. Il portfolio

“La morte è rock” – anno 2010

Questo lavoro vuole essere testimonianza di stile di vita che ancora affascina le nuove generazioni.
La ricerca di emozioni forti passa attraverso il simbolo, perché in esso ci si identifica e nello stesso tempo ci si differenzia.
Ci sono diversi modi per alleggerire la realtà e uno di questi è certamente l’ironia, che mescolando il sacro al profano, il tragico al comico, è capace di esorcizzare il quotidiano.
Mai abbandonarsi alla routine e sempre predisporsi al micidiale, perché solo il micidiale è la Madre della libertà e dell’avventura.
Antonio Baleani – AFI

4. Il commento

In questo lavoro Antonio Baleani ci fa entrare con ironia in un modo di vivere pervaso esso stesso da pungente ironia. L’imperativo è vivere la vita con leggerezza e gli ingredienti per la felicità sono la musica, il divertimento, l’alcool, il fumo, ben sapendo che l’uso eccessivo di quest’ultimi portano alla morte. Ma qui la paura della morte viene esorcizzata attraverso l’utilizzando di simboli che la rappresentano. La simbologia della morte diventa compagna beffarda insostituibile del quotidiano, quasi un talismano per tenerla a bada. Antonio con occhio acuto ci mostra come questi simboli sono rappresentati sugli oggetti più svariati, persino nel dilatatore dell’orecchio, sul fermaglio per i capelli e sulla pelle stessa del proprio corpo.
Apre la parata la ragazza travestita da infermiera che si contrappone sorridente ad un teschio sornione; i simboli della conservazione della vita e quello della sua definitiva sconfitta si affrontano, ognuno sicuro della propria vittoria. Un demone minaccioso ammonisce furibondo a tergo dell’auto, e guai a chi si azzarda a scippare la borsetta su cui la morte è di vedetta! Il torso completamente tatuato diventa rappresentazione del giardino della morte che accoglie nella pace eterna, neppure il più piccolo angolo del corpo è risparmiato da questa bellezza. E’ un gioco continuo di contrapposizioni e di rimandi tra l’essere vitale e il non essere più. Emblematica la mano che sorregge una sigaretta fumigante su cui troneggiano i due anelli dall’aspetto intimidatorio. Qualcuno può pensare che in fondo la vita è una giravolta al ritmo del rock, tanto vale viverla con spensieratezza, senza freni e senza pensieri …
(Giancarla Lorenzini)