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Per lo spazio dedicato agli amici non marchigiani, è la volta di Roberto “Shomax” Mascellani, amico fotoamatore di Ferrara, che definisce così la fotografia: “la fotografia per me è… Il modo più universale per esprimere un’emozione”

1. L’intervista

In 5 righe descriviti come fotografo

Ritengo che la fotografia sia uno dei miei mezzi più efficaci per esprimere un’emozione.
Le parole a volte lasciano poco spazio all’interpretazione, oppure quando si tenta di descrivere uno stato d’animo, uno stupore, una situazione precisa, ne servono tantissime e magari non sono nemmeno quelle più giuste.
La fotografia invece immerge l’osservatore direttamente nella scena, permettendogli di “respirarla” attraverso l’interpretazione personale che ogni fotografo a mio avviso dovrebbe dare. E’ molto più immediata. Questo è il mio modo di vivere la fotografia.

Quando e come ti sei appassionato/a al mondo della fotografia e che posto occupa nella tua vita

Mi sono appassionato totalmente dopo anni in cui mi divertivo a fare elaborazioni digitali, anche se in realtà scattavo per hobby, in analogico, da molti anni prima.
Nel 2001 ho capito che la fotografia stava diventando per me qualcosa di molto più profondo, intimo, introspettivo. E’ stato l’anno in cui ho deciso di provare a parlare per immagini.

Come si è evoluta la tua cultura fotografica: pratica, partecipazione a corsi, studio dei grandi autori, visite a mostre, ricerche sul web, libri di tecnica……

Come in tutte le cose, anche nella fotografia sono un autodidatta. La mia vera ricerca comunque è nata e cresciuta grazie al confronto con altri fotografi sul web. Devo ringraziarli per avermi aiutato a crescere. Il confronto è fondamentale, così come l’umiltà. Sono sempre alla ricerca dello scatto migliore.
Naturalmente visito anche mostre ed il  mio autore preferito è Sebastião Salgado.

Hai dei generi fotografici che prediligi o ti piace la fotografia a 360°? Se vuoi motiva la tua scelta

Sono, di carattere, pieno di interessi e nel tempo se ne aggiungono sempre di nuovi. Personalmente trovo limitante fare un solo genere fotografico, e così spazio su tutto ciò che mi piace approfondire, vivere, respirare. Fotograficamente parlando ritengo di essere piuttosto eclettico, forse perché non ho mai smesso di stupirmi, forse perché continuo a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, non dimenticando mai che le emozioni spesso nascono proprio dalle piccole cose. I miei generi più frequenti, comunque, sono la ritrattistica, la fotografia di strada, la paesaggistica, e l’architettura creativa. Dico architettura creativa perché amo distorcere la realtà (non me ne vogliano i veri fotografi di architettura) con l’utilizzo di lenti super grandangolari. Io voglio creare la mia realtà, tutto il mondo che mi circonda amo vederlo e mostrarlo “a modo mio”. In tutto questo, sono molto pignolo sia sulla tecnica compositiva che di post produzione.

Rapporto analogica/digitale e rapporto colore/bianconero, come ti muovi nei confronti degli eterni dilemmi di fondo che agitano (scherzosamente) la vita di molti fotografi?

Li ritengo dilemmi inutili, mi piace sia l’analogico che il digitale, sia il colore che il bianco e nero. Ciò che conta è che ci emozioniamo in uno (o più di uno) di questi metodi. Dobbiamo sentirci vivi, tutto il resto sono argomenti sterili che hanno ben poco a che fare con la fotografia, a mio avviso.

Partecipi alla vita di un fotoclub? Puoi motivare questa tua scelta? Cosa ti affascina delle attività collettive?

Ho partecipato per anni a Fotoclubs, ne sono anche stato cofondatore e vicepresidente.
Al momento, da circa tre o quattro anni a questa parte, non ne sto più frequentando. Sono bei gruppi, ma preferisco vivere la fotografia non a sere prestabilite e non a temi prestabiliti. Amo cogliere l’attimo senza vincoli e senza scadenze, mostrando le mie immagini come e quando lo ritengo opportuno. Mi fa sentire più libero.

Come ti poni nei confronti del portfolio fotografico e come vivi questa esperienza?

Ne ho fatti pochi per la verità. Non rientrano nel mio modo di essere, proprio perché sono tendenzialmente molto eclettico e non amo i vincoli. Uno comunque mi piace particolarmente tra quelli che ho fatto, e si chiama “Mani in Pasta”.

Hai qualche progetto fotografico in gestazione e ce ne vuoi dare un accenno? (senza svelare troppo le tue idee)

Non ho progetti fotografici in gestazione in questo momento, o meglio, ho una leggera idea ma non riesco a realizzarla al momento ed è in una fase troppo embrionale per poterla anche solo accennare.

In due righe pensa di voler convincere un amico a dedicarsi alla fotografia, cosa gli diresti?

“Hai mai pensato di trasmettere ciò che ti dice il cuore con una singola immagine realizzata da te? No? Peccato, potresti stupirti di ciò che ti può raccontare.”

2. La foto del cuore

Io ho almeno 3 foto del cuore, non una, e tra queste non posso scegliere.

Parto dalla prima: penso sia stato il mio primo ritratto fatto ad una persona sconosciuta. Ero a Firenze, passeggiavo quando mi trovai davanti agli occhi un homeless che mi colpì profondamente. Era pieno di gente, eppure lui era lì, chiuso nel suo mondo, tranquillo, in compagnia del tuo Tavernello. Paradossalmente, ai miei occhi appariva l’unica persona tranquilla in mezzo ad una folla frenetica e chiassosa. Lo osservavo da almeno 15 minuti, con la mia fotocamera ed il teleobiettivo 70-200 montato sopra, pronto a scattare. Eppure non ne avevo la forza, lo stavo osservando e mi sembrava un’anima fuori dal tempo, fuori da tutto il contesto. Un volto assolutamente interessante. Ad un certo punto lui si accorse di me, ed in inglese mi chiese: “vuoi farmi una foto?” – Ed io: “Yes, thank you!” – Così lui guardò verso la fotocamera chiudendo gli occhi di proposito, ed io feci il primo scatto. Ma appena li riaprì scattai di nuovo, a sorpresa, sia perché non volevo una foto in posa e sia perché i suoi occhi raccontavano una vita intera. Quella foto l’ho chiamata “Lost Soul”.

La mia seconda foto preferita credo sia stata tra le mie prime foto di architettura fatta con un super grandangolare. Ero a Roma, la scala a chiocciola finiva a cielo aperto e stava piovendo ma non m’importava bagnarmi. Mi piaceva moltissimo la prospettiva ma volevo una figura umana per bilanciare sulla diagonale la composizione architettonica che avevo dato all’inquadratura. Dopo qualche litro d’acqua assorbito sui miei abiti e dopo una serie di persone poco fotogeniche, salì un bambino e subito scattai. Era la persona giusta per me in quel momento. In seguito al rumore di quel “click”, il bambino alzò lo sguardo verso di me, e subito riscattai per immortalare il suo sguardo incuriosito. Quella foto l’ho chiamata “@”.

La mia terza foto preferita la feci a Venezia durante il Carnevale nel 2006. C’erano costumi incredibili e tutti li stavano fotografando, ma penso che occorra avere un punto di vista diverso di fronte a tante foto simili tra loro scattate da migliaia di persone e di fotografi. Così mi soffermai sui piedi di un costume povero, totalmente controcorrente rispetto a tutti gli altri. Quello scatto, intitolato “Shoes”, mi ha regalato una grande soddisfazione non solo nel realizzarlo, ma anche successivamente facendomi vincere il 1° premio nel Concorso Fotografico Internazionale Canon dedicato proprio al Carnevale di Venezia.

3. Il portfolio

Da tempo volevo realizzare un portfolio dedicato alla pasta mentre veniva lavorata a mano, come la nostra tradizione insegna.
Grazie ad una ragazza che è stata importante per me, sono venuto a conoscenza di una signora che ogni sabato preparava le tagliatelle fatte in casa. Così è stato organizzato l’incontro, ed è stato meraviglioso.
La fortuna è stata dalla mia parte, perché lei preparava le tagliatelle in cantina nella quale c’era solo una piccola finestra. Era inverno e c’era la neve, ma quel giorno il sole brillava nel cielo riflettendosi sul bianco candido. La luce che entrava attraverso quella piccola finestra creava un’atmosfera che oserei definire “magica”.
Quella mattina è stata meravigliosa sotto ogni punto di vista, creativa, assolutamente divertente, e ricordo lo scivolone che ho fatto girando intorno al tavolo a causa della neve sciolta sotto le suole, ma mi sono salvato in corner senza cadere 😊
E poi fare foto da sotto alla farina, separando l’obiettivo attraverso un vetro per non sporcare tutta l’attrezzatura… Ricordo con emozione quei momenti, ed ecco perché non mi sono limitato a 3 righe… E qui torno all’inizio della mia intervista ribadendo il fatto che la fotografia può essere molto più immediata di mille parole perché può parlare da sola raccogliendo quelle bellissime emozioni, pertanto, buona visione!

4. Dove trovate Roberto

Sito Web: www.robertomascellani.it
Pagina facebook: www.facebook.com/roberto.mascellani.photography/
Instagram: https://www.instagram.com/roberto_mascellani/